La Giordania è donna
L’ultimo tweet informa che ha appena incontrato i giovani del Bahrein che si preparano per un futuro nel settore bancario, e dice di amare la loro energia. Il riferimento è al programma Injaz, finalizzato a coinvolgere, ispirare e sostenere i ragazzi e le ragazze della Giordania per prepararli «a divenire membri produttivi della loro società e ad avere successo nella global economy», perché qui c’è chi crede «che investire nelle nuove generazioni di oggi sia coltivare i leader di domani», sente la necessità di contribuire a «fare la differenza nelle vite degli studenti del Paese», e desidera trasformare in azioni concrete i loro impulsi creativi ed intellettuali. Il soggetto della frase è nientemeno che Sua Maestà la regina Rania Al-Abdullah II, che del progetto Injaz e di numerose altre iniziative a carattere sociale e fortemente politico è ambasciatrice ed animatrice. E che di un rapporto fresco e schietto con i sudditi, e con il multiforme popolo delle nuove tecnologie, dimostra di aver fatto un efficace strumento di governo.
La Giordania, oggi, presenta al mondo un’immagine moderna, vivace e libera anche grazie a lei: la giovane e carismatica moglie del regnante in carica. Ed il fermento che ne deriva traspare evidente ad un osservatore che provi ad approfondire la conoscenza del territorio hashemita attraverso le voci che provengono dal Vicino Oriente, così come ad un viaggiatore che visiti questo pacifico e splendido Paese incastrato – in delicato ma costante equilibrio – in una delle aree più calde del pianeta.
Quasi novantaduemila chilometri quadrati incluso il Mar Morto, simile per superficie a Stati come Austria e Portogallo; ma la diversa natura del paesaggio pare contraddire le dimensioni reali, con una ricchezza di ambienti degna di più grandi Paesi. Ricopre una posizione strategica nello scacchiere del cosiddetto Medio Oriente: basti pensare che sul golfo di Aqaba, a sud, unico sbocco sul mare (il Mar Rosso), si affacciano altre tre nazioni, l’Arabia Saudita, Israele e l’Egitto. Ed anche le frontiere terrestri confermano il suo ruolo di area-cuscinetto: confina infatti a nord con la Siria (per 375 km), a nord-est con l’Iraq (181 km), ad est e a sud con l’Arabia Saudita (oltre 700 km), ad ovest con Israele (238 km) e i territori dell’Autorità Palestinese (un centinaio di chilometri).
E poi la Giordania è selvaggia, maestosa, struggente. Bella, di una bellezza incantevole e impossibile da descrivere pienamente per parole e immagini. In un territorio corrispondente a quasi un terzo d’Italia, si ritrovano alture di macchia mediterranea e deserti, pinete di montagna e paludi, fertili valli e canyon profondissimi, la massima depressione terrestre del Mar Morto e la vitalità multicolore dei fondali del Mar Rosso. Per non dimenticare aree metropolitane di fascino cosmopolita come Amman, la capitale, la straordinaria ricchezza di siti archeologici quali Jerash – una delle decapoli romane, la Pompei d’Oriente – e l’imprescindibile Petra, antica città nabatea, fra le sette meraviglie del mondo moderno e patrimonio dell’umanità per l’Unesco.
Una natura ricchissima per biodiversità e ambienti, una società colta e competitiva in diversi settori del vivere civile, che un Paese attento e pulsante da circa un decennio lavora per conservare e valorizzare, pur tra le difficoltà interne, le prevedibili contraddizioni di un’area precaria come quella mediorientale e le recenti contingenze economiche globali.
Il risultato è un periodo attuale di buona crescita del prodotto interno lordo, nonostante problematiche di assoluta gravità come l’aridità dei territori, che costringe l’agricoltura praticamente alla sola valle del Giordano, ed il grave stato ambientale del Mar Morto, il cui livello diminuisce in maniera inesorabile e costante.
E questa dell’acqua, che da più parti si annuncia come la futura guerra mondiale, ma che proprio qui – nel cuore della Mezzaluna Fertile, paradossalmente – pare diventare un motivo di pace e fratellanza, a giudicare dall’intensa attività di un’associazione unica di giordani, israeliani e palestinesi, è davvero una bella storia, seppure in salsa drammatica visto il contesto, emblematica del carattere sorprendente del territorio. Qui si concentra il problema idrico del pianeta: Israele, Giordania e la Palestina sono la regione più secca del globo, disponendo insieme di una quantità pari a 1% dell’acqua dolce della Terra. Per di più, ad alimentare il Mar Morto è il fantasma di quello che fu il fiume Giordano: a Betania, luogo sacro sulla sponda orientale celebre per aver ospitato il battesimo di Gesù secondo la storia cristiana, abbiamo visto un corso che è poco più di un rigagnolo, e la frontiera con la Cisgiordania sull’altra riva, non fosse che per i controlli militari israeliani che presidiano l’area, si raggiungerebbe con un balzo. È la conseguenza della scelta di deviarne le acque a fini irrigui, operata negli ultimi cinquant’anni per investire sul comparto produttivo agricolo di quella fertile valle. Oggi, e da tempo, il Mar Morto – con le sue concrezioni di sale famose in tutto il mondo per il loro potere cosmetico – subisce un lento processo di prosciugamento, poiché la portata ridotta del principale immissario non riesce più a compensare la forte evaporazione delle torride estati: l’altitudine, attualmente fissata a 413 metri sotto il livello del mare, si abbassa di circa un metro ogni anno. A poco a poco scompare, per dirla in termini crudi, perché è ormai rotto un equilibrio ambientale millenario: se ne annuncia la sparizione per il 2050, praticamente domani. Per questo, nonostante l’Intifada, un gruppo di giordani, israeliani e palestinesi sta lavorando insieme per la salvaguardia di un bene comune tanto prezioso, da cui dipende la stretta sopravvivenza di ciascuno di loro: c’è chi ha capito che il Giordano e il Mar Morto non sono un problema locale, ma del pianeta intero. E che rispettare l’acqua e il suo valore vitale, così come trovare la pace, sembra essere l’unico cammino da percorrere, qui come altrove.
Una società in piena evoluzione, quella giordana, su cui simbolicamente sono puntati gli occhi del mondo. A camminare per le vie di Amman, tra i ruderi e i suq del centro storico, o fra l’eleganza dei palazzi storici di Jabal Amman – uno dei sette colli su cui sorge – si scorgono chiari segnali dell’avanguardia hashemita nel Vicino Oriente: qui convivono con libertà donne vestite all’araba e all’occidentale, mentre alcune esperienze culturali tra le più interessanti del Paese sono ben più che prove di modernità. La Jordan River Foundation, organizzazione non-profit voluta dalla regina Rania una quindicina di anni fa per stimolare il lavoro artigianale delle donne giordane, e con questo la loro emancipazione familiare e il miglioramento della qualità di vita di tutta la popolazione, in particolare i bambini. E la Royal Society for the Conservation of Nature, l’organismo più importante per la tutela dell’ambiente nazionale, che con il progetto Wild Jordan ha avviato la campagna “Helping nature, helping people”, che promuove laboratori tessili e di lavorazione dell’argento per le comunità rurali, commercializza prodotti e manufatti dei gruppi di lavoro, reinveste il ricavato nella gestione delle aree protette del Paese.
© Claudia Patrone per EV 2011











