L’entusiasmo è una scala …di note, in libertà



A colloquio con Alessandro Maria Carnelli, direttore d’orchestra
Conosco il giovane direttore d’orchestra Alessandro
Maria Carnelli da alcuni anni. Ho avuto
modo di ascoltarlo durante numerosi concerti
che ha diretto, e anche in contesti apparentemente
estranei al mondo della musica. Ciò che
mi sorprende ogni volta, sia durante le occasioni
ufficiali sia negli incontri più informali, è l’entusiasmo
contagioso con il quale parla e racconta
del suo mondo. Il grande mondo della musica
classica. Anche l’occasione di questa intervista non fa eccezione. Alessandro Maria Carnelliè un fiume in piena: parla a ruota libera toccando i
temi a lui più cari, con la grazia e la passione di chi
ama e conosce davvero l’argomento. E lo fa con un
linguaggio semplice e diretto che per me, neofita
assoluta, diventa chiaro e del tutto comprensibile.
Chiacchieriamo così di musicisti e di concerti, di
spartiti e di note, e il discorso, naturalmente, non
può che partire proprio dall’orchestra che egli dirige,
e della quale mi racconta tanti segreti.
Maestro, lei dirige ormai da alcuni anni l’Orchestra
della Fondazione Salina di Arona.
Cosa si prova ad esserne il direttore, ad avere a
disposizione un gruppo coeso di musicisti per
potersi esprimere?
L’emozione è sempre grande, ad ogni concerto,
perché ognuno di quelli è un’esperienza unica,
irripetibile.
Qual è il suo ruolo o, più in generale, il ruolo
di un direttore? In quale momento diventa
davvero indispensabile il suo intervento, durante
un’esibizione?
Il mio ruolo è quello di guidare gli orchestrali, di
dare loro il via, di comunicare quando è tempo di
un attacco, di decidere se devono aumentare l’intensità o meno del suono dei loro strumenti. Per
questo, durante un concerto, è fondamentale – per
chi dirige – la componente visiva, ossia guardare
gli orchestrali e non perderli mai di vista. Se colgo
un attimo di titubanza o di incertezza, allora
intervengo. In questo caso diventa indispensabile
vedere, capire ed intervenire. Ci sono musicisti
che hanno bisogno davvero di questo appoggio,
fatto semplicemente di uno sguardo o di un cenno
della testa.
Può farci un esempio?
Ci sono musicisti che hanno bisogno di essere
rassicurati, che mi guardano perché necessitano
anche semplicemente di un mio cenno di assenso
per sentirsi sicuri nel proprio attacco, soprattutto
coloro che devono inserirsi dopo lunghi periodi
di pausa dal loro strumento e devono farlo con
la giusta intensità, calibrando il proprio suono
in funzione di quello degli altri orchestrali. Per
esempio alcuni fiati: per loro è difficile attaccare
con la giusta intensità.
Però lavorando, con gli stessi orchestrali, avrete
imparato a conoscervi tutti l’un l’altro.
In linea di massima sì, conosco tutti i musicisti che
lavorano con me e con l’Orchestra della Fondazione
Salina. Tuttavia, essendo la mia un’orchestra a
progetto, spesso alcuni sono assenti, impegnati in
altri contesti. In questo caso devono essere sostituiti
da elementi che generalmente non conosco e con
i quali devo confrontarmi.
Immagino sia difficile l’approccio reciproco, il
primo impatto.
Direi che è fondamentale. L’impatto iniziale che i
musicisti provano nei confronti di un direttore influenzerà positivamente o meno l’intero concerto.
Insomma, credo sia una questione di feeling, quasi
epidermica. Se ci sono affinità e intesa, allora quasi
certamente il concerto darà i risultati migliori.
Le è mai capitato che un suo concerto non abbia
raggiunto il risultato che aveva sperato?
Sì, capita. Proprio a causa dei motivi che ho appena
esposto. E poi, un cattivo lavoro in prova non
sfocia mai in un buon concerto.
Quanto durano le prove di un concerto?
Dipende. A volte, se si è affiatati o se si conosce molto
bene il programma che si vuole eseguire, bastano
semplicemente due giornate di prove. Tenga conto
che le prove hanno costi elevati. Un’intera orchestra,
che si sposta con i propri strumenti, necessita
di spese, costi, rimborsi. Per questo si cerca di limitare
il numero di giorni di prova.
E come vengono vissuti i momenti delle prove?
Le scuole di pensiero sono tante. Alcuni direttori
vivono il periodo delle prove come una sorta di pedaggio
da pagare, quasi un obbligo. Per questo vedono
il concerto come l’unico momento importante,
quello in cui davvero ci si può e ci si deve esprimere.
Altri, al contrario, danno importanza anche al
momento delle prove, pensando che la vera espressione
artistica non può e non deve esaurirsi soltanto
nella serata ufficiale, ma che tutto faccia parte di
un intero percorso.
E lei in che scuola di pensiero colloca se stesso?
Direi che mi pongo esattamente a metà. Il concerto
finale è importantissimo, fondamentale. Deve
riuscire a creare un impatto emotivo anche per noi
musicisti, non solo per chi ascolta. Ma è importante
anche il momento delle prove. Va sfruttato come opportunità per entrare in sintonia tra di noi e capirci.
Poi, come impostazione di lavoro, cerco di dare
una buona visione generale dell’insieme, di tutto il
brano. Non penso sia proficuo soffermarmi troppo
su una singola parte del pezzo, sui dettagli, perdendo
di vista l’impianto generale.
Quindi il suo è un atteggiamento elastico,
aperto, morbido?
Anche in questo caso, alcuni colleghi affrontano
il concerto con estrema rigidità. Io credo di no.
Come ho detto, cerco di raggiungere un buon risultato
curando l’insieme dell’opera, senza irrigidirmi
su parti di brano e singoli passaggi.
Posso paragonare il lavoro tra il direttore e i
suoi orchestrali a quello che il regista svolge
con i propri attori?
Sì, noi musicisti siamo come gli attori, che studiano
la parte alle prove e danno il proprio meglio durante
l’esibizione.
So che a febbraio inizierà la stagione, all’insegna
di un cambiamento.
È vero. La Fondazione Salina ha deciso quest’anno
di portare ad Arona l’Orchestra di Vienna, che io
avrò l’onore di dirigere.
Si terranno ad Arona, le prove?
No, andrò io a Vienna, proprio per le implicazioni
economiche che le ho già spiegato. Costa
meno spostare un solo direttore che un’intera
orchestra.
Quale sarà il programma della serata?
Il programma prevede la Sinfonia n. 33 di Mozart,
il Concerto per pianoforte e orchestra n. 488 di Mozart
e la Quinta Sinfonia di Schuberth.
Sbaglio o sono anche i compositori che lei
più ama?
No, non sbaglia. Io ho studiato per cinque anni proprio
a Vienna, e quella città, con le sue tradizioni, il
suo repertorio, la sua tangibile musicalità è diventata
parte di me, della mia formazione, della mia
sensibilità.
Qual è, tra questi, il compositore che più porta
nel cuore?
Più passa il tempo e più scopro (o riscopro), e
amo, alcuni aspetti di molti autori che prima
non vedevo o, almeno, apprezzavo in modo diverso.
Aspetti che oggi mi suscitano emozioni
nuove. Tra loro, Schubert, Mahler, Beethoven,
ma anche i grandi compositori russi, come
Tchaikovsky. Credo davvero che la maturazione
di una persona porti in parallelo anche la maturazione
del musicista.
C’è un autore che, invece, non ama in modo
particolare?
Non amo Puccini, lo ammetto, perché non lo sento
vicino a me. Mi è estraneo, e non riesco ad esserne
coinvolto emotivamente.
Qual è il suo sogno nel cassetto?
Vorrei avere la possibilità di continuare a lavorare.
…e dirigere la sua orchestra alla Scala di Milano?
Non necessariamente.
Quale sala da concerto l’ha emozionata di più?
Sembrerà strano, ma sono stato colpito dall’auditorium
del Lingotto di Torino, la sala progettata da
Renzo Piano. E ritengo ineguagliabile la sala dei
concerti di Lucerna, la KKL. Ed ancora il Teatro di Berlino. Insomma, se posso condensare ciò che ho
provato in tre aggettivi, direi che il Lingotto è l’eleganza
del suono, Lucerna la trasparenza e Berlino è il velluto.
Senza accorgercene, siamo arrivati alle domande
botta e risposta. Il tempo della nostra intervista è quasi concluso: il maestro deve scappare,
perché è atteso proprio per pianificare un concerto.
Però all’intervista mordi-e-fuggi non si
sottrae, soddisfacendo così alcune mie ultime
curiosità.
Maestro, qual è il libro che più ha amato?
Direi tutti gli scritti di Elias Canetti.
Un viaggio?
Vorrei ritornare in India.
L’ultimo regalo che si è fatto?
Sono andato ad ascoltare quasi tutti i concerti di
Abbado.
Un suo difetto?
Parlo troppo.
Una qualità?
Penso di essere una persona buona che non farebbe
mai male agli altri.
E negli altri, cosa non sopporta?
Il pressappochismo, la superficialità e il non avere
il senso di ciò che si sta facendo.
E per esserle amico?
Direi che non bisogna essere pressappochisti.
Saluto il maestro con una stretta di mano. Lo
lascio correre al suo appuntamento, e intanto
segno in agenda un evento a cui non vorrò mancare assolutamente: la prima ad Arona,
per vederlo dirigere l’Orchestra di Vienna.
fotografia: Luca Grazioli
intervista di: Virginia Martelli

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