reportage

Viaggio al centro della terra

La grande impresa del ventunesimo secolo per migliorare i trasporti in Europa

"La Galleria di base del San Gottardo, che con i suoi 57 km. è la galleria più lunga del mondo, rappresenta il centro vitale del nuovo collegamento transalpino orientato verso il futuro. Questa grande impresa del ventunesimo secolo porterà ad un notevole miglioramento nei viaggi e nei trasporti all’interno dell’Europa”. Questa è la dicitura ufficiale sulla guida dei lavori fornita dalla società AlpTransit San Gottardo, che gestisce i consorzi che stanno lavorando a questa opera epocale. Per chi – con i suoi occhi – ha visto quanto c’è sotto quella catena alpina, tale dicitura appare quasi riduttiva. Quella che in molti hanno definito la costruzione del secolo è davvero molto di più: è un viaggio incredibile fino al centro della terra, quasi fosse uscito da un tarmato libro di Jules Verne. L’arrivo di buon’ora al cantiere di Faido, organizzatissimo, fa presagire che la visita sottoterra sarà qualcosa di speciale. A sei gradi sotto zero – tale è la temperatura esterna nel parcheggio – veniamo invitati a cambiarci in un apposito locale con abiti da cantiere, per corredarci di una tenuta essenziale: tuta, stivali, zaino contenente un respiratore d’emergenza, e una targhetta che rivelerà costantemente alla stazione centrale dove saremo posizionati all’interno dei tunnel. I primi chilometri con le nostre preparate guide si compiono in automobile. Le prime foto, alcune precise spiegazioni, la scoperta che c’è qui un piacevole tepore: tutte queste suggestioni rendono la visita simile ad una gita scolastica. Poi si risale in auto, si imboccano tunnel sempre più lontani, taluni grezzi, taluni finiti e rinchiusi dietro enormi portoni elettrici, quasi fossero opere d’arte da proteggere, da celare al visitatore pronto a stupirsi: e c’è davvero di che meravigliarsi. Il viaggio continua, e cominciamo a incrociare operai organizzati di diverse nazionalità europee: una sorta di melting pot capace di convivere, aiutarsi, cooperare, stringere relazioni fatte di buio, polvere, rumore, vapori acquei, sabbia, ferro e fatica. Minatori, ferrovieri, ferraioli, carpentieri, ingegneri, meccanici, gruisti, ognuno compie il
suo mestiere con la precisione e il rigore del Paese che ha progettato già cinquant’anni fa questi 57 chilometri di galleria: la Svizzera. Continuiamo a camminare in condizione di semioscurità sui binari provvisori, utili a far passare trenini che portano operai e riportano gli scarti di materiale scavato da far uscire in esterno su appositi nastri. Insonorizzati, naturalmente. La conoscenza dell’ambiente ha permesso di superare problemi geologici bucando le Alpi,
andando a zig zag ed evitando ora roccia friabile, ora falde d’acqua, ma in un rapporto di costante e – ci piace pensarlo – reciproco rispetto. Qui, il massiccio dell’Aar e del San Gottardo formano la spina dorsale delle Alpi svizzere, e sono costituiti per la maggior parte da gneiss e graniti. Tra questi massicci sono stati compressi sedimenti, parzialmente sottoposti a profonde fratture. Pertanto, per la costruzione della galleria del San Gottardo sarà necessario attraversare i più diversi strati, dal granito del San Gottardo molto duro, agli gneiss carichi di tensione della Leventina, alla roccia morbida come il burro del massiccio intermedio del Tavetsch. Da alcuni tubi laterali alla linea principale giungono rumori di trapani giganti, di escavatori e – in lontananza – qualche cicalino di trenino. Ne prendiamo uno anche noi, rumoroso ma sicuro, e saliamo insieme agli operai che vanno nella nostra stessa direzione, osservando i loro volti accendersi solo al passaggio del locomotore vicino a qualche rara fonte di luce. L’interno del vagone è buio, un’abitudine per gli operai che cominciano il turno, ma al lampo dei flash del nostro fotografo scorgiamo un volto di donna, un ingegnere, in grado di addolcire l’avvicinarsi a ciò che sembrava essere il culmine di un girone dantesco. «Si scende, più avanti non si va, dovete prendere l’altro nella linea accanto» – ci dicono
– mentre il caldo aumenta a dismisura, la pietra grezza del tunnel ancora in costruzione restituisce tutto il suo calore, e l’umidità è vicina al 100%. Proseguiamo verso il nuovo treno con il solo ausilio delle luci a mano. Il calpestio di ghiaia riportata, la polvere, il rumore, i cavi, il viaggio verso le enormi frese scavatrici… si esce dal libro di Verne, e pare di entrare in un film futuristico di Luc Besson. Ecco, questa commistione rimane forte in chi visita questo spettacolare cantiere: la terra profonda, i buchi fatti da quelle che sembrano essere ordinate ed operose formiche a suon di frese ed esplosivi, l’incredibile ingegno e l’utilizzo di tecnologie impensabili da concepire in spazi così angusti, a quelle latitudini e con oltre duemila metri di roccia sopra la testa. Il ritorno alla luce ha un sapore diverso, e lascia in noi la sensazione di non poter mai trovare le parole giuste per raccontare quanto visto là sotto.
Rimangono i fatti: la galleria ferroviaria più lunga e tecnologicamente più avanzata del mondo, costituita da due tubi a una corsia collegati tra loro mediante cunicoli trasversali. Nelle due stazioni multifunzionali, ognuna a circa un terzo
della lunghezza dell’opera, sono presenti aree di cambio corsia e stazioni di soccorso, locali tecnici per l’esercizio ferroviario e installazioni di ventilazione. Con questa nuova costruzione, la Svizzera si integra nella rete europea di alta velocità in costante crescita. I centri economici dalle due parti della catena montuosa più importante del continente si avvicinano, e la ferrovia di pianura crea nuove possibilità per il traffico transalpino. Il tunnel del San Gottardo è la vera porta sul Mediterraneo per entrare nella grande Europa.

fotografie: Christian Patrick Ricci

testo: Simone Della Ripa


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